Cultura del caffè: da Istanbul a Napoli, usanze e tradizioni

Scritto da Jean-Claude Luvini il 17/07/19

Ogni tazzina dal profumo intenso e avvolgente racchiude in sé secoli di tradizioni e usanze locali, identità territoriali, filosofia, arte e storie da raccontare. Scopriamo la cultura del caffè, attraverso le principali città che con l’oro nero hanno instaurato un profondo legame.

La cultura del caffè al centro della storia di una città

La pianta del caffè è originaria dell’Etiopia e si è poi diffusa in Arabia e in Turchia. Arriva in Europa nella metà del Seicento, passando da Vienna e da Marsiglia, per ragioni differenti come vedremo. In seguito si diffonde a Trieste e a Venezia. A introdurlo a Napoli invece, è Maria Carolina D’Asburgo, in sposa al re Ferdinando IV di Borbone nel 1768. La giovanissima regina viennese decide di portare con sé un po’ della sua cultura e in particolare la sua passione per il caffè.

In questo articolo, ti proponiamo un interessante “giro del mondo” alla scoperta dei caffè “storici”, tra alcune delle più importanti città del caffè.

Istanbul

I Turchi sono tra i primi a scoprire e apprezzare il caffè: un rito secolare quello del Turk Kahvesi, il caffè turco, oggi riconosciuto Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’Unesco.

Il caffè alla turca si prepara nel cezve, caratteristico bricco di rame e ottone, stretto e alto con un lungo manico. I chicchi vengono macinati nell’ottone, per ottenere una polvere impalpabile e preservare tutti gli aromi. A questo punto, la polvere di caffè va in acqua e si porta a ebollizione per due volte. Una volta tolto dal fuoco il cezve, si aggiunge un po’ di acqua fredda che aiuta la polvere a depositarsi sul fondo. Il caffè è quindi pronto per essere servito in piccole tazze. 

La tradizione vuole che questo rito venga insegnato alle donne di casa fin da bambine. Quando giungono in età da matrimonio, si invita il futuro marito a prendere un caffè in casa ed è proprio la promessa sposa a doverlo preparare (non esente da giudizi severi, all’occorrenza). Sembra anche che, per testare il carattere troppo aggressivo di alcuni uomini, si aggiunga un pizzico di sale al caffè per osservare la loro reazione, nel momento in cui lo sorseggiano.

Vienna

Anche in questa splendida città mitteleuropea, il caffè è oggi Patrimonio Immateriale dell’Umanità, riconosciuto dall’Unesco. Siamo intorno alla metà del Seicento e i Turchi, dopo aver assediato invano la città, vengono finalmente respinti. Gli Austriaci tengono il bottino, tra cui vari sacchi di caffè. 

Da allora, la degustazione del caffè è diventata uno stile di vita: scegliere di trascorrere un’oretta in una kaffeehaus diventa una sorta di rituale senza fretta, uno stato mentale di relax. 

Un modo di vivere, fatto di dissertazioni filosofiche o piacevoli conversazioni a suon di musica: Strauss, padre e figlio, eseguivano proprio all’interno dei caffè le loro nuove composizioni, come pure Mozart e Beethoven.

Frequentare i caffè di Vienna giovava anche alle ispirazioni artistiche. Peter Altenberg, scrittore, addirittura riporta sul proprio biglietto da visita, sia l’indirizzo di casa che quello del caffè che frequenta, il Café Central (ormai storico oggi, proprio per questo motivo). 

Trieste

Dopo la ritirata dei Turchi da Vienna, si cerca un posto da cui continuare con gli approvvigionamenti del caffè, ormai tanto apprezzato e prezioso. Trieste, grazie alla sua posizione, è il porto più adatto a far da collegamento tra occidente e oriente. Ancora oggi infatti il porto franco è uno dei più strategici per l’importazione del caffè.

In pieno Illuminismo, il caffè è così apprezzato dagli uomini di cultura del Settecento da meritarsi  l’appellativo di “bevanda intellettuale”. Stendhal, Joyce fino a giungere a Svevo o Saba regalano alla città capolavori della letteratura, proprio sorseggiando un caffè, ognuno a suo modo.

Magris, noto scrittore triestino contemporaneo, che più volte esalta la cultura del caffè della città nei suoi scritti, afferma che il caffè è il solo luogo in cui si può stare contemporaneamente da soli e fra la gente. Ognuno a suo modo, appunto.

Venezia

I veneti, popolo di illustri viaggiatori, scoprono il caffè in autonomia: è il padovano Prospero Alpino che ne porta alcuni sacchi in città, di ritorno da un viaggio in Oriente.

I veneziani per primi imparano a preparare e degustare la bevanda anche se all’inizio è prerogativa solo dei ricchi: il costo è alto e si acquista solo in farmacia. Un vero lusso.

Poi apre la prima bottega del caffè e da allora è un vero e proprio exploit. Addirittura, si racconta che il proprietario della prima “originaria” caffetteria, per difendersi dai concorrenti, decide di pubblicare un libretto informativo che esalta i pregi salutari del prodotto. Siamo nel 1716, di fronte a una delle prime iniziative pubblicitarie tra botteghe.

Nella città di Venezia, romantica per eccellenza, il caffè diventa un dono per dimostrare amicizia e affetto. Ecco che, per corteggiare la donna amata, tra gli innamorati si diffonde l’usanza di inviare alla prediletta un vassoio colmo di cioccolata e caffè, quale pegno d’amore.

Marsiglia 

L’altra città che permette la diffusione del caffè in Europa, in particolare nell’ovest, è Marsiglia. I primi sacchi di chicchi neri e profumati arrivano nel 1644 da alcuni mercanti marsigliesi, provenienti dall’Oriente.

A questo punto, alcuni viticoltori francesi, temendo di avere un calo nella vendita di vino, intraprendono una propaganda negativa nei confronti del caffè, tirando in causa anche alcuni medici  per sostenere che bere caffè favorisce l’impotenza. Ma sperimentando di persona l’impetuosità degli arabi, i francesi continuano a bere caffè, considerato invece un “elisir d’oriente”.

Da Marsiglia ben presto le botteghe del caffè si diffondono a Lione, Tolosa, Bordeaux e Parigi. Proprio qui, nascono accanto al celebre teatro della Commedie Francaise: sarà il primo esempio di caffè teatrale, prototipo dei futuri caffè europei. Uno di questi, che porta il nome del suo fondatore, è noto ancora oggi: il Cafè Procope. Un prestigioso centro politico-letterario, un locale affollato da filosofi, artisti, sociologi, uomini politici, letterati del calibro di Diderot, Fontanelle, Voltaire. 

Napoli

Concludiamo questo viaggio tra le più affascinanti città del caffè con Napoli, dove la bevanda- portata già dai mercanti veneziani- in realtà non viene subito apprezzata. Infatti, a causa del suo colore nero, si pensa sia di cattivo auspicio e la Chiesa stessa, ricredendosi dopo poco, la bolla addirittura come “bevanda del diavolo”.

Solo agli inizi dell’800, il caffè comincia a essere davvero gradito, per volere di Maria Carolina D’Asburgo. Il caffè si diffonde tra il popolo, grazie alla cosiddetta cocumella (caffettiera napoletana inventata dal francese Morize nel 1819): un nuovo modo di preparare il caffè, a doppio filtro, a metà tra la decozione alla turca e l’infusione alla veneziana.

 

Per concludere. La cultura del caffè è affascinante. Il caffè è legato a forti tradizioni culturali, è molto più di una semplice bevanda: è l’essenza stessa del rapporto nato con la città che lo ospita e con i suoi cittadini. Più di ogni altra bevanda, il caffè ha saputo integrarsi con le diverse culture: come abbiamo visto, ogni Paese ha sviluppato diversi modi di consumarlo e prepararlo, a seconda delle usanze e delle tradizioni locali.

E come tale, continuerà ad arricchire il nostro modo di essere e di pensare. Perché caffè e cultura hanno lo stesso aroma.